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Lingue diverse

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1Lingue diverse Empty Lingue diverse Dom Set 05, 2021 4:52 pm

Tommybe

Tommybe
Padawan
Padawan
Lingue diverse

Non devo attendere molto prima che l’acquazzone lasci il posto al sole.
Mi sono riparato nel piccolo giardino con tettoia di una trattoria di via Cavour.
Un paio di piante grasse impolverate e una piccolissima margherita nata in un posacenere comune non sono riuscite a sollevare il mio umore.
Stupidamente ho comprato il Manifesto, mi serve a far vedere di che razza sono, ma non ne leggerò una riga.
Oltre al centro sociale, frequento il cuore della città per coltivare la mia passione per il disegno, e la sostengo con un percorso da vertigini: un labirinto di ambienti, scale, mosaici, intonaci, colonne, e il dominio silenzioso del Colosseo e dei Palazzi Imperiali del Palatino.
La mia cartellina contiene matite tenere e gomma per cancellare. 

Nulla più.
Spero di incontrare parecchie ragazze straniere, attraverso un piano infinito dell’opera inseguo la costruzione di modelli femminili globali, facendo combaciare la mia realtà artistica con quella del puro divertimento. Le ragazze in movimento sfilano per me senza rendersene conto.
Lei appare subito come un’anomalia, lei possiede tutte le parti migliori di una ragazza che accumulo da mesi, pure la stravaganza del suo modo di vestire è la migliore.
Ha un cappello di paglia, un jeans a vita bassa svasato, una maglietta sottile con la decalcomania di un mazzo di fiori di campo al centro, una vistosa collana di plastica arancione al collo, e uno sguardo dolcissimo perso nel vuoto. Sembra francese, e io difficilmente mi sbaglio.
Le persone smarrite hanno un istinto particolare per ritrovarsi.

Si accorge subito del mio impegno nel disegnarla e chiede, sbirciando il bozzetto e la mia camicia a fiori, se deve pagarlo profumatamente. 
Con imbarazzo le rispondo qualcosa in inglese, con un sorriso ammaccato, da finto forestiero.
Non si allontana, aspetta la fine dell’opera, come se quel disegno fosse qualcosa che le manca. Cercando di stare più immobile possibile, per non perdere la posa spontanea, mi fa cenno che parla solo un po’ di francese, oltre al romano. 

Ha per me lo stesso effetto di inghiottire un cazzotto, continuo il disegno senza replicare.
Per stemperare la brutta figura che stavo per fare credendola straniera mi faccio io straniero e le chiedo, in perfetto slang americano, il percorso per raggiungere Piazza di Spagna, dove ho parecchio da disegnare. Lei, che non è perversa come me, ingenuamente si offre di accompagnarmi dicendo che la scalinata non è troppo lontana.
Secondo me non è questione di simpatia, è solo entrata nel ruolo di modella e non vuole abbandonarlo.
Nella vita il coraggio è tutto, e la prendo sottobraccio, con espressione seria, professionale. Di solito sono abituato a comportarmi come un pagliaccio, un giovane animatore di strada, versatile e complesso, ma con lei sembra diverso.
Ha un volto raffinato e sereno come tutte le belle ragazze del mondo, occhi neri e appuntiti come due matite appena temperate, un corpo armonico e snello, un’aria colta, preparata, moderna.

Durante il tragitto a piedi l’interesse per farsi capire diventa talmente forte da deformarle i lineamenti e le lentiggini sul viso.
La paura di essere scoperto nella mia vera identità ha cancellato ogni traccia, ogni sforzo di comunicazione, da parte mia.
Con l’esigenza di lasciarci alle spalle il Colosseo, troppo affollato, a metà strada facciamo una pausa seduti sul bordo della fontana, quella alla destra dell’Altare della Patria.
La bella cosa che mi offre, vedendomi taciturno e distante, è una sigaretta, la prima della mia vita.
Cerco di non tossire, guardo l’acqua della fontana in cerca di improbabili pesciolini rossi.
Osservando divertita una buffa cinquecento gialla vecchio modello, mima la guida di un automobile per sapere se ho la patente.
Mi guardo bene dal dirle che non so andare nemmeno in bicicletta perché non ho nemmeno la bicicletta, con l’indice e il medio imito due zampette che avanzano sul marmo per indicare quello che è vero, che io preferisco camminare.
Il tempo passa e comincio a pensare che sia giusto dirle tutto. Sono una merda a fingermi straniero proprio io che ce l’ho con gli americani.
Nella piazza assolata e complicata, ripasso a memoria uno sgangherato protocollo per superare il mio momento di blocco, lei merita garanzie migliori, compagno migliore.
Veramente, me ne andrei, ma il suo profumo ha una forza di persuasione più convincente di ogni parola.

La prendo per mano, anche se non ha nessun senso prendere per mano una con la quale nemmeno parlo e che sto pensando di abbandonare. Cosa posso comunicarle? Che ho mani grandi e ossute? Che sono un deficiente che si rifornisce di menzogne? Che sono più romano di lei?
In un momento di vera tristezza, ho lo stesso sgomento di un pulcino gettato vivo nello stritolatore.
Ci fermiamo alla prima fontanella, beve con cura, come se fosse l’acqua più preziosa del mondo. Per non bagnare i capelli li arrotola in una morbida treccia.
Le tolgo dalle mani il pacchetto di sigarette semivuoto, prendo l’ultima sigaretta, me la ficco dritta in bocca, e con la scatola morbida avanzata faccio un modello di aeroplano.
Lo lancio in alto e lontano, mi ritorna, troppo carino, con un’acrobazia sulla punta della scarpa sinistra.
Lei lo raccoglie e ride, lo infila come souvenir nella sua spaziosa borsa di paglia dal contenuto misterioso e dice: Ci vuole bene, è ritornato.
Poi comincia a fissarmi con una tenerezza smodata, che somiglia parecchio a una pena per me, e mette su un broncio in attesa di una confessione, che arriva.
- Ti chiedo scusa, - dico.
- L’avevo capito quasi subito che non eri straniero, hai un bell’accento e avresti potuto ingannarmi, ma un americano con la catenina della Roma e le Superga ai piedi non si era mai visto, - dice e ride.
- E hai preferito stare due ore senza aprire bocca?
- Volevo vedere come te la saresti cavata, e sotto sotto speravo in un tuo cedimento.
- Mi fai sentire un cretino.
- Be’ se vuoi la compagnia di una ragazza bella e interessante come me, qualcosa devi pagare, no? Ride.
Incantato dalla sua naturalezza nel risolvere aspetti complicati di relazione, mi tranquillizzo.
Come una ragazzina dispettosa mi da uno schiaffetto sul petto.

Le blocco la mano e la trattengo secondi.
Fissandola negli occhi le chiedo: Hai un ragazzo?
- No no, per carità.
- A cosa ti serve essere così bella se non ti appassioni a nessuno?
- Potresti aver ragione, sai. Ma davvero mi vedi così bella?
- Sì.
Ci stiamo avvicinando alla piazza. All’angolo di via Frattina c’è un tipo strano che suona e canta canzoni tristi.
- Dovresti cedergli il tuo grande cappello di paglia, farebbe più soldi, - dico ridendo.
- Tu dovresti cedergli la tua disperazione, diventerebbe milionario - dice.
Sto zitto minuti, offeso.
- Ci sono cresciuto con le canzoni di Lennon, - dico. Consapevole che se una ragazza mi maltratta, me ne innamoro.
- Se hai qualche soldino mettilo nel mio cappello, voglio seguire il tuo consiglio. Quanto hai in tasca?
- Con un trucco contabile potrei dire: molto. Tu sei matta, io scherzavo.
- Io no.
Il ragazzo accetta l’offerta, si inchina con stile e intona: ‘Imagine’.
Lei ha gli occhi umidi per l’emozione, e io pure.
Per farla riprendere le offro il gusto genuino di mezza Fanta e un tramezzino proprio nel bar dove avevo lavorato io per poche settimane nel periodo estivo.
Non sarei mai riuscito a andare in un altro bar. Il Caffè Greco è vuoto, è bianco, è antico, ma non decadente, ci si sta bene.
Non riesco a pagare, la cassiera, dopo l’occhiolino al cameriere, mi dice sorridendo che la cassa è chiusa.
Lei è stupita, travolta da tutta quella gentilezza nei miei confronti. Le bacio una mano per chiederle scusa. Ma è lei che si scusa per avermi troppo maltrattato.
- Dovevi essere carino vestito da cameriere.
- Parecchio carino, - rispondo ridendo.
Mi stringe la mano più forte di prima. Usciamo dal bar scansando qualche sedia, chinando la testa come quando si abbandona un tunnel.
In un impeto di generosità mi mostra la sua carta d’identità, ha tre anni più di me e un bel nome: Anna.
Mi bacia leggera e tenera su una guancia dopo la sua presentazione, è la prima volta che lo fa. Sento l’umido dei suoi occhi accanto ai miei. Raggiungiamo la piazza.
Dopo aver accarezzato un cavallo infiocchettato di celeste, scaliamo Trinità dei Monti e le sue azalee bianche.
In cima, seduta sul muretto, Anna riprende respiro e torna a concentrarsi su di me.
In un giorno solo sono accadute tante cose, pure importanti, almeno per me. Ho saltato la fase del corteggiamento, ho bruciato tutte le tappe come con una turista vera e ho accanto la ragazza che cercavo. Dovrebbe essere sempre così, i troppi passaggi e le troppe regolarità ingarbugliano le relazioni.
Una giovane orientale, colpita dai nostri colori, ci scatta una foto.
- Siamo una bella coppia, - dice.
- Siamo solo buffi, - dico
Parliamo sottovoce dei nostri interessi comuni per l’arte tutta.

Si è fatto troppo tardi per poter continuare il suo ritratto.
Mi racconta che è una giovane scrittrice, collabora pure con un paio di giornali.
Le confesso che tutta la cultura del mondo non serve a niente se non c’è comunicazione nelle relazioni umane. Sorride amareggiata.
Poi dice che le cose si fanno capire da sole anche senza troppa comunicazione.

Rispondo che io non ho la sua bravura nel comprenderle.
Le confesso che sono uno studente universitario disoccupato, contento di esserlo. Dico che tanto oggi è povero pure chi lavora, preferisco starmene senza una lira e aspettare di finire gli studi. 
Mi chiede se disegnare le ragazze sia il mio passatempo preferito. 
Rido, e dico di sì. Resta sconcertata.
Dice che sono scemo come tutti i ragazzi della mia età, è normale.
Dico che stavo scherzando.
Dice che non ci crede che scherzavo, e non avrei dovuto romperle le palle.
Dico che ogni cosa è momentanea.
Dice che si sarebbe messa a piangere se non fossimo stati in un posto pubblico e affollato.
Dico che è vero che le scrittrici, quelle brave, non sono normali.

Piange e dice che ho fatto esplodere la sua vita, e che ora si rende conto della mia leggerezza.
Le dico che è troppo tardi.
Dice che non si fida di me, uno abituato alla finzione.
Dico che non sono una persona seria, ma con lei cosa dovrei fingere?
Stiamo pagando tutto il tempo che siamo stati zitti con uno stupido litigio. 
Forse è solo il posto che ci ha stancati. Dobbiamo solo spostarci.
Mi faccio offrire un paio di sigarette da un giovane posteggiatore.
Lei sottolinea che sono sfacciato come tutti gli americani. 

Io le dico che è presuntuosa come tutte le francesi.
Ridiamo.
Ci abbracciamo forte. In fin dei conti siamo due cuori puri.
Le dico di decidersi, o smette di piangere o smette di ridere, le due cose mischiate sono troppo appariscenti, e ci guardano tutti.
Dice che non le importa.
Scendiamo, dalla stradina laterale, nella piazza.

Proseguiamo verso il Pantheon, scorrendo i bei negozi.
In una via parallela entriamo nella chiesa San Luigi dei Francesi.
Le chiedo perché quella chiesa, e che ne è della mia amica Anna che aveva tanta fretta di ritornare a casa?

Non mi sembra né bella, né importante, quella chiesa.
Mi fulmina con lo sguardo, poi mi mostra i tre quadri del Caravaggio in una cappella laterale. Il martirio di San Matteo è avvolto nel buio, trafitto da raggi di luce divina. Spettacolare l’effetto.
Mi racconta del lungo periodo di Caravaggio vissuto a Roma, il suo periodo più fecondo, e delle altre opere sparse nella città tra cui due Madonne dipinte con il volto della sua amante, Lena, una prostituta. Per lei, dopo aver ucciso un rivale, fuggì dalla città.
La sua competenza artistica e storica è affascinante.

Glielo dico, e si accarezza i capelli con orgoglio.
Storditi, usciamo. Beviamo un caffè energetico al bar Sant’Eustachio. L’accompagno a casa, abita sul Lungotevere.
Il fiume è puntellato da platani centenari in brutte condizioni, scavalchiamo mucchi di rami spezzati.
Compra le sigarette a un distributore. Le dico che sta fumando troppo. Mi dice che non le interessa morire in buona salute. Lo dice con un mezzo disprezzo.
Sulla porta di casa mi affronta con sorprendente decisione: Dimmi il tuo nome, almeno.
- Matteo, no? Mi chiamo Matteo come il santo del Caravaggio.
- Sei un figlio di puttana, non capisco cosa tu abbia da nascondere. - Comunque io vivo da sola, non ho segreti.
- Se vivi da sola sai cucinare.
- Ma che verità è?
Fa una risata nervosa, la risata vera la conosco, non è quella.
- Tutti a me capitano, - dice.
- Era per dire qualcosa, scusami.
- E basta con questo scusami, tra un po’ ti scuserai pure di respirare? - Fermo, fermo! Ho capito tutto. A te scoccia che io vivo da sola. Non ci posso credere, volevi trovarmi con mamma e papà sul divano che guardano la tv con un cagnolino da accarezzare? Mi affascina la tua incapacità di capire che si possa vivere benissimo da soli.
- Non è vero.
- E perché sei diventato rosso?
- Io?
- Tu, tu.
- Una ragazza da sola, con la brutta gente che gira.
- Ma io sono armata, ho il fuciletto a tappi, quello che fa ‘’plop’’.
- Mi prendi in giro, eh.
- Tu piantala di non fidarti, voglio baci e carezze da uno morbido e amabile come te.
- Non sono morbido.
- Sì che lo sei, morbidissimo.
Mi afferra per i fianchi flaccidi, trasformando il mio difetto in punto di forza, ci baciamo a lungo, con tenerezza.
Infila il suo numero di telefono nella tasca laterale del mio jeans, aggiustandolo con un cazzotto doloroso.
Quando sta per chiudere, blocco la porta con mezza scarpa e dico:
Domani mattina alle dieci sarà possibile fare colazione insieme? Ho un ritratto da terminare.
Va bene, risponde.

2Lingue diverse Empty Re: Lingue diverse Dom Set 05, 2021 4:53 pm

Tommybe

Tommybe
Padawan
Padawan
@Tommybe ha scritto:Lingue diverse

Non devo attendere molto prima che l’acquazzone lasci il posto al sole.
Mi sono riparato nel piccolo giardino con tettoia di una trattoria di via Cavour.
Un paio di piante grasse impolverate e una piccolissima margherita nata in un posacenere comune non sono riuscite a sollevare il mio umore.
Stupidamente ho comprato il Manifesto, mi serve a far vedere di che razza sono, ma non ne leggerò una riga.
Oltre al centro sociale, frequento il cuore della città per coltivare la mia passione per il disegno, e la sostengo con un percorso da vertigini: un labirinto di ambienti, scale, mosaici, intonaci, colonne, e il dominio silenzioso del Colosseo e dei Palazzi Imperiali del Palatino.
La mia cartellina contiene matite tenere e gomma per cancellare. 

Nulla più.
Spero di incontrare parecchie ragazze straniere, attraverso un piano infinito dell’opera inseguo la costruzione di modelli femminili globali, facendo combaciare la mia realtà artistica con quella del puro divertimento. Le ragazze in movimento sfilano per me senza rendersene conto.
Lei appare subito come un’anomalia, lei possiede tutte le parti migliori di una ragazza che accumulo da mesi, pure la stravaganza del suo modo di vestire è la migliore.
Ha un cappello di paglia, un jeans a vita bassa svasato, una maglietta sottile con la decalcomania di un mazzo di fiori di campo al centro, una vistosa collana di plastica arancione al collo, e uno sguardo dolcissimo perso nel vuoto. Sembra francese, e io difficilmente mi sbaglio.
Le persone smarrite hanno un istinto particolare per ritrovarsi.

Si accorge subito del mio impegno nel disegnarla e chiede, sbirciando il bozzetto e la mia camicia a fiori, se deve pagarlo profumatamente. 
Con imbarazzo le rispondo qualcosa in inglese, con un sorriso ammaccato, da finto forestiero.
Non si allontana, aspetta la fine dell’opera, come se quel disegno fosse qualcosa che le manca. Cercando di stare più immobile possibile, per non perdere la posa spontanea, mi fa cenno che parla solo un po’ di francese, oltre al romano. 

Ha per me lo stesso effetto di inghiottire un pugno, continuo il disegno senza replicare.
Per stemperare la brutta figura che stavo per fare credendola straniera mi faccio io straniero e le chiedo, in perfetto slang americano, il percorso per raggiungere Piazza di Spagna, dove ho parecchio da disegnare. Lei, che non è perversa come me, ingenuamente si offre di accompagnarmi dicendo che la scalinata non è troppo lontana.
Secondo me non è questione di simpatia, è solo entrata nel ruolo di modella e non vuole abbandonarlo.
Nella vita il coraggio è tutto, e la prendo sottobraccio, con espressione seria, professionale. Di solito sono abituato a comportarmi come un pagliaccio, un giovane animatore di strada, versatile e complesso, ma con lei sembra diverso.
Ha un volto raffinato e sereno come tutte le belle ragazze del mondo, occhi neri e appuntiti come due matite appena temperate, un corpo armonico e snello, un’aria colta, preparata, moderna.

Durante il tragitto a piedi l’interesse per farsi capire diventa talmente forte da deformarle i lineamenti e le lentiggini sul viso.
La paura di essere scoperto nella mia vera identità ha cancellato ogni traccia, ogni sforzo di comunicazione, da parte mia.
Con l’esigenza di lasciarci alle spalle il Colosseo, troppo affollato, a metà strada facciamo una pausa seduti sul bordo della fontana, quella alla destra dell’Altare della Patria.
La bella cosa che mi offre, vedendomi taciturno e distante, è una sigaretta, la prima della mia vita.
Cerco di non tossire, guardo l’acqua della fontana in cerca di improbabili pesciolini rossi.
Osservando divertita una buffa cinquecento gialla vecchio modello, mima la guida di un automobile per sapere se ho la patente.
Mi guardo bene dal dirle che non so andare nemmeno in bicicletta perché non ho nemmeno la bicicletta, con l’indice e il medio imito due zampette che avanzano sul marmo per indicare quello che è vero, che io preferisco camminare.
Il tempo passa e comincio a pensare che sia giusto dirle tutto. Sono una merda a fingermi straniero proprio io che ce l’ho con gli americani.
Nella piazza assolata e complicata, ripasso a memoria uno sgangherato protocollo per superare il mio momento di blocco, lei merita garanzie migliori, compagno migliore.
Veramente, me ne andrei, ma il suo profumo ha una forza di persuasione più convincente di ogni parola.

La prendo per mano, anche se non ha nessun senso prendere per mano una con la quale nemmeno parlo e che sto pensando di abbandonare. Cosa posso comunicarle? Che ho mani grandi e ossute? Che sono un deficiente che si rifornisce di menzogne? Che sono più romano di lei?
In un momento di vera tristezza, ho lo stesso sgomento di un pulcino gettato vivo nello stritolatore.
Ci fermiamo alla prima fontanella, beve con cura, come se fosse l’acqua più preziosa del mondo. Per non bagnare i capelli li arrotola in una morbida treccia.
Le tolgo dalle mani il pacchetto di sigarette semivuoto, prendo l’ultima sigaretta, me la ficco dritta in bocca, e con la scatola morbida avanzata faccio un modello di aeroplano.
Lo lancio in alto e lontano, mi ritorna, troppo carino, con un’acrobazia sulla punta della scarpa sinistra.
Lei lo raccoglie e ride, lo infila come souvenir nella sua spaziosa borsa di paglia dal contenuto misterioso e dice: Ci vuole bene, è ritornato.
Poi comincia a fissarmi con una tenerezza smodata, che somiglia parecchio a una pena per me, e mette su un broncio in attesa di una confessione, che arriva.
- Ti chiedo scusa, - dico.
- L’avevo capito quasi subito che non eri straniero, hai un bell’accento e avresti potuto ingannarmi, ma un americano con la catenina della Roma e le Superga ai piedi non si era mai visto, - dice e ride.
- E hai preferito stare due ore senza aprire bocca?
- Volevo vedere come te la saresti cavata, e sotto sotto speravo in un tuo cedimento.
- Mi fai sentire un cretino.
- Be’ se vuoi la compagnia di una ragazza bella e interessante come me, qualcosa devi pagare, no? Ride.
Incantato dalla sua naturalezza nel risolvere aspetti complicati di relazione, mi tranquillizzo.
Come una ragazzina dispettosa mi da uno schiaffetto sul petto.

Le blocco la mano e la trattengo secondi.
Fissandola negli occhi le chiedo: Hai un ragazzo?
- No no, per carità.
- A cosa ti serve essere così bella se non ti appassioni a nessuno?
- Potresti aver ragione, sai. Ma davvero mi vedi così bella?
- Sì.
Ci stiamo avvicinando alla piazza. All’angolo di via Frattina c’è un tipo strano che suona e canta canzoni tristi.
- Dovresti cedergli il tuo grande cappello di paglia, farebbe più soldi, - dico ridendo.
- Tu dovresti cedergli la tua disperazione, diventerebbe milionario - dice.
Sto zitto minuti, offeso.
- Ci sono cresciuto con le canzoni di Lennon, - dico. Consapevole che se una ragazza mi maltratta, me ne innamoro.
- Se hai qualche soldino mettilo nel mio cappello, voglio seguire il tuo consiglio. Quanto hai in tasca?
- Con un trucco contabile potrei dire: molto. Tu sei matta, io scherzavo.
- Io no.
Il ragazzo accetta l’offerta, si inchina con stile e intona: ‘Imagine’.
Lei ha gli occhi umidi per l’emozione, e io pure.
Per farla riprendere le offro il gusto genuino di mezza Fanta e un tramezzino proprio nel bar dove avevo lavorato io per poche settimane nel periodo estivo.
Non sarei mai riuscito a andare in un altro bar. Il Caffè Greco è vuoto, è bianco, è antico, ma non decadente, ci si sta bene.
Non riesco a pagare, la cassiera, dopo l’occhiolino al cameriere, mi dice sorridendo che la cassa è chiusa.
Lei è stupita, travolta da tutta quella gentilezza nei miei confronti. Le bacio una mano per chiederle scusa. Ma è lei che si scusa per avermi troppo maltrattato.
- Dovevi essere carino vestito da cameriere.
- Parecchio carino, - rispondo ridendo.
Mi stringe la mano più forte di prima. Usciamo dal bar scansando qualche sedia, chinando la testa come quando si abbandona un tunnel.
In un impeto di generosità mi mostra la sua carta d’identità, ha tre anni più di me e un bel nome: Anna.
Mi bacia leggera e tenera su una guancia dopo la sua presentazione, è la prima volta che lo fa. Sento l’umido dei suoi occhi accanto ai miei. Raggiungiamo la piazza.
Dopo aver accarezzato un cavallo infiocchettato di celeste, scaliamo Trinità dei Monti e le sue azalee bianche.
In cima, seduta sul muretto, Anna riprende respiro e torna a concentrarsi su di me.
In un giorno solo sono accadute tante cose, pure importanti, almeno per me. Ho saltato la fase del corteggiamento, ho bruciato tutte le tappe come con una turista vera e ho accanto la ragazza che cercavo. Dovrebbe essere sempre così, i troppi passaggi e le troppe regolarità ingarbugliano le relazioni.
Una giovane orientale, colpita dai nostri colori, ci scatta una foto.
- Siamo una bella coppia, - dice.
- Siamo solo buffi, - dico
Parliamo sottovoce dei nostri interessi comuni per l’arte tutta.

Si è fatto troppo tardi per poter continuare il suo ritratto.
Mi racconta che è una giovane scrittrice, collabora pure con un paio di giornali.
Le confesso che tutta la cultura del mondo non serve a niente se non c’è comunicazione nelle relazioni umane. Sorride amareggiata.
Poi dice che le cose si fanno capire da sole anche senza troppa comunicazione.

Rispondo che io non ho la sua bravura nel comprenderle.
Le confesso che sono uno studente universitario disoccupato, contento di esserlo. Dico che tanto oggi è povero pure chi lavora, preferisco starmene senza una lira e aspettare di finire gli studi. 
Mi chiede se disegnare le ragazze sia il mio passatempo preferito. 
Rido, e dico di sì. Resta sconcertata.
Dice che sono scemo come tutti i ragazzi della mia età, è normale.
Dico che stavo scherzando.
Dice che non ci crede che scherzavo, e non avrei dovuto romperle le palle.
Dico che ogni cosa è momentanea.
Dice che si sarebbe messa a piangere se non fossimo stati in un posto pubblico e affollato.
Dico che è vero che le scrittrici, quelle brave, non sono normali.

Piange e dice che ho fatto esplodere la sua vita, e che ora si rende conto della mia leggerezza.
Le dico che è troppo tardi.
Dice che non si fida di me, uno abituato alla finzione.
Dico che non sono una persona seria, ma con lei cosa dovrei fingere?
Stiamo pagando tutto il tempo che siamo stati zitti con uno stupido litigio. 
Forse è solo il posto che ci ha stancati. Dobbiamo solo spostarci.
Mi faccio offrire un paio di sigarette da un giovane posteggiatore.
Lei sottolinea che sono sfacciato come tutti gli americani. 

Io le dico che è presuntuosa come tutte le francesi.
Ridiamo.
Ci abbracciamo forte. In fin dei conti siamo due cuori puri.
Le dico di decidersi, o smette di piangere o smette di ridere, le due cose mischiate sono troppo appariscenti, e ci guardano tutti.
Dice che non le importa.
Scendiamo, dalla stradina laterale, nella piazza.

Proseguiamo verso il Pantheon, scorrendo i bei negozi.
In una via parallela entriamo nella chiesa San Luigi dei Francesi.
Le chiedo perché quella chiesa, e che ne è della mia amica Anna che aveva tanta fretta di ritornare a casa?

Non mi sembra né bella, né importante, quella chiesa.
Mi fulmina con lo sguardo, poi mi mostra i tre quadri del Caravaggio in una cappella laterale. Il martirio di San Matteo è avvolto nel buio, trafitto da raggi di luce divina. Spettacolare l’effetto.
Mi racconta del lungo periodo di Caravaggio vissuto a Roma, il suo periodo più fecondo, e delle altre opere sparse nella città tra cui due Madonne dipinte con il volto della sua amante, Lena, una prostituta. Per lei, dopo aver ucciso un rivale, fuggì dalla città.
La sua competenza artistica e storica è affascinante.

Glielo dico, e si accarezza i capelli con orgoglio.
Storditi, usciamo. Beviamo un caffè energetico al bar Sant’Eustachio. L’accompagno a casa, abita sul Lungotevere.
Il fiume è puntellato da platani centenari in brutte condizioni, scavalchiamo mucchi di rami spezzati.
Compra le sigarette a un distributore. Le dico che sta fumando troppo. Mi dice che non le interessa morire in buona salute. Lo dice con un mezzo disprezzo.
Sulla porta di casa mi affronta con sorprendente decisione: Dimmi il tuo nome, almeno.
- Matteo, no? Mi chiamo Matteo come il santo del Caravaggio.
- Sei un figlio di puttana, non capisco cosa tu abbia da nascondere. - Comunque io vivo da sola, non ho segreti.
- Se vivi da sola sai cucinare.
- Ma che verità è?
Fa una risata nervosa, la risata vera la conosco, non è quella.
- Tutti a me capitano, - dice.
- Era per dire qualcosa, scusami.
- E basta con questo scusami, tra un po’ ti scuserai pure di respirare? - Fermo, fermo! Ho capito tutto. A te scoccia che io vivo da sola. Non ci posso credere, volevi trovarmi con mamma e papà sul divano che guardano la tv con un cagnolino da accarezzare? Mi affascina la tua incapacità di capire che si possa vivere benissimo da soli.
- Non è vero.
- E perché sei diventato rosso?
- Io?
- Tu, tu.
- Una ragazza da sola, con la brutta gente che gira.
- Ma io sono armata, ho il fuciletto a tappi, quello che fa ‘’plop’’.
- Mi prendi in giro, eh.
- Tu piantala di non fidarti, voglio baci e carezze da uno morbido e amabile come te.
- Non sono morbido.
- Sì che lo sei, morbidissimo.
Mi afferra per i fianchi flaccidi, trasformando il mio difetto in punto di forza, ci baciamo a lungo, con tenerezza.
Infila il suo numero di telefono nella tasca laterale del mio jeans, aggiustandolo con un cazzotto doloroso.
Quando sta per chiudere, blocco la porta con mezza scarpa e dico:
Domani mattina alle dieci sarà possibile fare colazione insieme? Ho un ritratto da terminare.
'Va bene', risponde.

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