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L'eremita del sangue-Versione completa e rimasterizzata

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Ospite


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Buongiorno Ferrante,
come sta il mio editore preferito? Spero bene, ma sono sicuro che starai anche meglio dopo che avrai letto la splendida notizia che ti sto per dare! Come ben saprai, la tua punta di diamante (che poi sarei io) stava attraversando un periodo di stallo artistico che ti procurava non pochi grattacapi. Ebbene, quella vacanza in Scozia si è rivelata essere un toccasana per la mia creatività, l’olio ideale per lubrificare i miei ingranaggi mentali. Oddio, a essere sincero, non è che sia stato folgorato da chissà quale idea, semplicemente ho avuto la fortuna sfacciata di aver scovato un antico manoscritto in una malandata credenza di quel bel cottage rustico che avevo preso in affitto. Infatti, mentre stavo cercando di sterminare a colpi di giornale le assillanti zanzare di brughiera (che nulla hanno da invidiare alle nostre padane), ho colpito con così tanta forza il mobile da causare l’apertura di un cassetto che fino a quel momento avevo pensato fosse finto ma che, invece, conservava il prezioso testo che era stato abbandonato e dimenticato da qualcuno con evidenti problemi di memoria. Tornando a noi, non appena sono rientrato qui in Italia mi sono messo subito all’opera per tradurlo e, nonostante qualche comprensibile difficoltà di interpretazione, alla fine i miei sforzi sono stati pienamente ricompensati; anzi devo ammettere che il racconto che ne è scaturito è davvero sensazionale e intrigante. Pertanto, senza ulteriori indugi, sono lieto di sottoporti il mio ultimo racconto, scritto dall’ “Anonimo Scozzese” e tradotto, riveduto e corretto dal sottoscritto.

Molti secoli or sono, all’incirca durante il regno di re Aroldo II d’Inghilterra, un viandante vagava senza meta nella fredda brughiera autunnale di una Scozia ancora libera e selvaggia. Egli era un giovane avventuriero di circa venticinque anni, dai capelli ricci e fulvi e dallo sguardo attento e tagliente, come quello di una lince intenta a scrutare l’orizzonte per procacciarsi una succulenta preda. Agli occhi di un eventuale passante, egli sarebbe parso come uno spavaldo fuorilegge in quanto, oltre alla camicia di lino e alle brache di tela tipiche dei popolani, indossava un mantello di lana finissima tinta di rosso che solo i nobili potevano permettersi. In realtà, egli non era a capo di nessuna pericolosa banda di briganti: era solo un occasionale rubagalline, un ladruncolo che, fra un mestiere a cottimo e l’altro, vivacchiava di piccoli furtarelli e che un giorno non aveva disdegnato di depredare il cadavere quasi decomposto di un nobile di tutto ciò che poteva arraffare, mantello compreso. Egli ripensava a questo e ad altri avvenimenti del suo passato mentre con la mano destra afferrava la calda lana per ripararsi dalle gelide folate di vento novembrino e con la mano sinistra si assicurava che la sua fidata accetta fosse ancora saldamente legata alla sua cintura di corda. «Ah cara mia compagna,» disse rivolto al suo inseparabile strumento, «ancora non molti giorni di cammino e finalmente giungeremo nel centro della Scozia, dove nessun normanno potrà raggiungerci! Certo, forse sarei potuto restare, arruolarmi nell’esercito, combattere valorosamente per respingere Guglielmo e la sua orda di bastardi invasori e ricevere onore e soldi a sufficienza da poter vivere il resto dei miei giorni in panciolle… ma sappiamo entrambi che non ne sarei mai stato in grado. Come dico sempre: se c’è un conflitto non mi ci ficco! Dopotutto, quelli come noi, che vivono alla bell’e meglio, sono destinati all’anonimato, a trascorre un’esistenza simile a quei cani di corte che, accucciati vicino alla mensa del padrone, sperano che prima o poi un po’ del cibo che i commensali condividono a tavola, cada sul pavimento e diventi di loro proprietà. Insomma, lasciamo che le grandi imprese siano compiute da altri, noi invece pensiamo a come sopravvivere giorno per giorno.» Così discorrendo, il giovane fuggiasco quasi non si accorse di aver iniziato a salire su una collina brulla ed erta, non l’ideale per un uomo che non mangiava da tre giorni. A circa metà della scalata, stremato dalla fatica e coi morsi della fame che gli attanagliavano lo stomaco, pensò di fermarsi e di ritornare a valle, magari anche rotolando lungo il declivio, per riposarsi dormendo all’addiaccio come ormai gli capitava di fare da circa una settimana, ossia da quando aveva iniziato il suo esilio forzato dalla natia Inghilterra. Tuttavia, ad un tratto, mentre fissava l’orizzonte per rifiatare e decidere sul da farsi, i suoi occhi vispi notarono un flebile filo di fumo levarsi da oltre la sommità della collina e stagliarsi esile e leggero su uno sfondo di pallide nuvole grigie. La vista di quella sottile lingua di cenere che si librava nel vento gli infuse un nuovo flusso di energia, come un violento acquazzone che alimenta e accresce un piccolo rigagnolo fino a renderlo un impetuoso torrente; e con il ritrovato vigore ricominciò a risalir la china, cadendo e rialzandosi più volte a causa della fretta con cui stava percorrendo l’erto pendio, finché all’ennesimo capitombolo decise di proseguire inerpicandosi sulla salita. Giunto in cima alla collina, si gettò sfinito sulle ginocchia per riprendere fiato e individuare il punto preciso da cui si levava la fine colonna di fumo che aveva avvistato poc’anzi. Dopo circa due minuti di attenta osservazione il viandante non era ancora riuscito a scorgerne la benché minima traccia, tanto che la delusione cominciava a impadronirsi di lui. «Maledizione!» esclamò stizzito. «Proprio ora che mi stavo già pregustando un pasto decente e un pagliericcio su cui coricarmi al riparo dalle intemperie. Comincio a credere che forse sarebbe stato meglio essere ammazzato dai Normanni.» Fu proprio in quell’istante di profonda frustrazione che i suoi occhi si posarono su una sagoma rettangolare lontana circa sette stadi dalla collina su cui si trovava, una sagoma che una volta messa a fuoco assunse la forma delle mura di una casupola in pietra da cui si sollevava una stretta striscia grigia. Rincuorato dal fatto che la sua vista eccezionale non lo avesse tradito, egli corse verso quel rifugio così tanto agognato facendo ricorso agli ultimi scampoli di forza che gli restavano in corpo. Lo stremato viandante coprì la distanza che lo separava dalla casetta al massimo della velocità che le sue stanche membra gli consentivano, e più si avvicinava e più quella piccola abitazione assumeva i tratti delle rovine di un castello distrutto e abbandonato da tempo. Tuttavia, egli non ebbe nemmeno il tempo di pensare che forse ancora una volta le sue speranze erano state disattese, che i sensi gli vennero meno: la mente annebbiata dall’inedia e il corpo provato dalla fatica non avevano retto allo sforzo e così il giovane avventuriero si accasciò a terra svenendo sulla rigogliosa e soffice erba di campo, non prima però di aver intravisto una figura avvolta in un mantello avvicinarglisi sorreggendosi ad un bastone.
Quando rinvenne, l’esule avventuriero si ritrovò disteso su un mucchio di paglia e erba così secchi da crepitare ad ogni suo movimento. «Dove sono?» si domandò mentre era ancora confuso e rintontito dallo svenimento. «Nella mia piccola e umile dimora. Non sarà una reggia, ma è pur sempre meglio che vivere nei boschi come dei briganti qualunque» gli rispose una voce a lui sconosciuta. Il giovane inglese tentò di scorgere la fonte di quelle parole, ma non riusciva a vedere nessuno. In quella casupola sperduta nella campagna scozzese pareva esserci solo lui, il pagliericcio su cui ancora giaceva, un tavolo rettangolare in legno circondato da quattro sediole, un piccolo focolare incassato in una parete di pietra, una grossa e malmessa cassapanca divorata dai tarli e una pila di stracci logori ammucchiati lì vicino. «Che io sia ancora addormentato e che stia sognando? Come può essere che senta una voce d’uomo senza che vi sia traccia della sua presenza? Che stregoneria è mai questa?!» «Ah caro mio, magari fossi davvero uno stregone! A quest’ora vivrei di sicuro in un lussuoso maniero arredato di tutto punto assieme ad una corte festosa e non come un solitario eremita, triste e abbandonato dagli uomini!» gli rispose nuovamente la voce, questa volta accompagnata da un rumore simile a quello emesso dalle giunture delle ossa che si muovono dopo essere rimaste ferme in una posizione per molto tempo. Il giovane quindi si voltò verso l’origine di quel suono e poco mancò che morisse dallo spavento: il cumulo di stracci si stava pian piano alzando, assumendo via via l’aspetto di un vecchio ingobbito e canuto vestito con un saio rattoppato e avvolto in un piccolo mantello di lana ingrigita dalla polvere e dall’usura. «Chi siete? Cosa volete da me?» disse il viandante, visibilmente spaurito ed esterrefatto. «Oh che modi bruschi che hai, giovanotto! È così che si ringrazia chi, a dispetto dell’età avanzata e dei suoi innumerevoli acciacchi, ti ha soccorso nel momento del bisogno e traslato di peso dall’erba umida su cui eri crollato esanime in un luogo più asciutto e confortevole? Eh che bui tempi questi, in cui i giovani hanno perso i valori dell’educazione e della cortesia!» L’avventuriero si rese conto che la figura, ora seduta sullo sgabello più vicino a lui, non era chissà quale malvagia creatura delle leggende, ma solo un povero anziano cencioso e di buon cuore. «Perdonatemi per la mia irriguardosa mancanza di rispetto,» si affrettò a dire, «però sinceramente non ho potuto fare a meno di spaventarmi vedendovi emergere da quello che avevo pensato essere un semplice ammasso di strac…volevo dire vesti.» «Ahahaha!» rise di gusto il vecchio. «Hai proprio ragione. Sapevo bene che, mascherandomi in tal maniera, avrei potuto spaventarti a morte, tuttavia non mi pareva rispettoso sedermi su uno sgabello e squadrare dall’alto in basso quello che, sebbene non invitato né tanto meno previsto, è il mio primo ospite da non so nemmeno quanto tempo. Oh a proposito, appena adesso mi sono lamentato di voi giovani ma il vero scortese qui sono io. Prego, accomodati pure su questa seggiola.» La sincera e genuina gentilezza dell’anziano scozzese colpì profondamente il giovane esule che ne accolse immediatamente l’invito. Da anni, infatti, egli non incontrava una persona così a modo, avendo avuto quasi sempre a che fare con brutti ceffi e rozzi frequentatori delle osterie più sudicie e volgari.
«Dimmi, giovane uomo, come ti chiami?»
«Il mio nome è Galahad, Galahad figlio di Lance di Bridge-upon-Avon.»
«Io invece sono Mordecai McVangelor.»
«Vedo che voi possedete un cognome. Nonostante le apparenze, dovete essere una persona importante.»
«Mi dispiace deluderti, ma non è esattamente così. Il cognome che porto è l’unica eredità del nobile passato dei miei avi, loro sì che erano importanti! Sai, molto tempo fa i miei antenati regnavano incontrastati su queste terre, garantendo a chiunque vi abitasse ricchezza e serenità. Erano tempi felici per la mia famiglia e nessuno pensava che quell’età d’oro sarebbe cessata di lì a poco, tanto velocemente e inaspettatamente quanto una tempesta di grandine in un soleggiato giorno di estate. Eppure…eppure un giorno un popolo del nord ci invase senza alcuna apparante ragione. Semplicemente, calarono dalle Highlands depredando e devastando tutto quello che si poneva loro dinnanzi con la stessa inarrestabile potenza di una valanga del Ben Nevis. Mio padre era in prima fila per combattere contro quegli invasori e spesso mi raccontava che nei loro occhi, quando i loro sguardi si incrociavano sui campi di battaglia, non c’era né odio né crudeltà, ma disperazione, pura e vacua disperazione. Era come se qualcosa avesse costretto queste persone a fuggire dai loro territori di origine, qualcosa di così oscuro e terribile da far preferire loro la morte per il viaggio o per i combattimenti piuttosto che restare nei luoghi in cui avevano vissuto in pace e prosperità per secoli.»
Mentre il vecchio parlava con trasporto del suo passato e della storia dei suoi predecessori, il giovane Galahad ascoltava attentamente quelle tristi vicende che, nonostante fossero così distanti da lui nel tempo e nello spazio, lo riguardavano da vicino per via della sua infelice condizione di esule forzato la cui vita tranquilla, sebbene non esattamente retta e onesta, era stata squassata come un terremoto da un giorno all’altro, e proprio come dopo una tremenda esondazione si era ritrovato a non possedere più nulla, a dover ricominciare da zero in un luogo straniero. 
«In ogni caso,» proseguì il vecchio, lievemente commosso da quei ricordi, «se non è un problema per te, giovane Galahad, preferirei non dilungarmi oltre su questo argomento perché, come immagino tu possa comprendere: malgrado sia passata molta acqua sotto i ponti, il dolore e l’amarezza sono ancora vivi e non c’è giorno in cui la mia mente non pensi a cosa sarebbe potuto succedere se quell’orda impaurita non si fosse mai abbattuta su di noi. Comunque, Galahad, ora che ti ho raccontato il mio triste passato e che ti ho accolto nel mio squallido presente, penso che sarebbe molto cortese da parte tua se mi narrassi delle tue vicende e vicissitudini.» Galahad trasalì all’udire la richiesta del vecchio nobile decaduto: sapeva fin troppo bene che non avrebbe potuto rivelare il suo passato da mascalzone, altrimenti era certo che il vecchio non avrebbe più voluto ospitarlo. Decise così di raccontare una storia per la maggior parte inventata, spiegando che era nato in una famiglia di boscaioli, che era dovuto scappare per l’arrivo dei Normanni che avevano sterminato la sua famiglia (cosa peraltro falsa, ma era necessario per lui creare un legame emotivo con Mordecai) e che la sua fidata ascia, che aveva ricevuto in dono da suo padre (ma che in realtà aveva sottratto ad un guardacaccia ubriaco), era l’unico oggetto che era riuscito a mettere in salvo. Mentre i due discutevano seduti al tavolo sgangherato del vecchio, la sera calò placida sulla tranquilla vallata scozzese. Mordecai quindi, interrompendo con garbo la narrazione del suo giovane ospite, si avvicinò alla cassapanca per prendere una candela e due pietre focaie per illuminare un briciolo l’ambiente. Riportata la luce nella piccola casupola, il giovane si apprestava a riprendere da dove si era interrotto quando, tutto d’un tratto, i suoi occhi attenti come quelli di un falco individuarono uno strano riflesso metallico proveniente dal collo di Mordecai. «Perdonate l’impertinenza, potrei chiedervi cosa portate al collo?» «Ti riferisci a questa?» domandò il vecchio, tirando fuori dalla sua logora tunica una collana composta da sette sbarrette rettangolari di metallo che si facevano via via più lunghe da destra verso sinistra, come le canne di una siringa. «Vedi Galahad, questo è l’ultimo ricordo tangibile dei fasti di un tempo, l’unico gioiello della mia casata che sono riuscito a conservare: una collana di puro argento che mio padre aveva commissionato al più illustre orafo di questa parte di Scozia. Come ti ho già detto, però, non mi sento di dilungarmi oltre sul mio passato, anche perché è piuttosto tardi e ho molto sonno, visto pure lo sforzo che ho dovuto sostenere per trascinarti dentro.» Così detto, il vecchio si andò a coricare nel punto in cui si trovava al risveglio di Galahad, mentre quest’ultimo si accomodò sul pagliericcio, dove però non riusciva a prendere sonno. Egli rimase disteso su quel cumulo di spighe secche per diverso tempo, rimuginando su un terribile dilemma: uccidere il vecchio e prendere la sua collana, oppure desistere da questi istinti e iniziare una nuova vita da onesto scozzese? In passato egli aveva sì rubato e truffato uomini e donne di ogni età e ceto sociale, ma mai si era spinto così in là sulla strada della disonestà e della malvagità, mai aveva anche solo sfiorato l’idea di sottrarre la vita di una persona per appropriarsi indebitamente di un bene che non gli apparteneva. Eppure ora era diverso, ora aveva lì di fronte la possibilità di poter vivere di rendita, di poter avere il denaro necessario per avviare un’attività e non dover trascorrere più la sua vita come un uccello di bosco, braccato giorno e notte dalle guardie e dalle sue vittime. Una migliore vita lo attendeva, un nuovo speranzoso inizio era lì ad un passo, tutto ciò che voleva dalla vita era lì a portata di mano, e tutto ciò che doveva fare era impugnare la sua ascia e vibrare un colpo secco al collo di quel vecchio sprovveduto. Un semplice gesto che valeva tutto. Un solo attimo per avere tutto. E non se lo fece sfuggire. Mordecai non ebbe nemmeno il tempo di emettere un rantolo, un ultimo singulto di vita, che già l’affilata lama dell’ascia affondava nelle sue carni fino a recidergli la trachea. Inorridito dalla scena e spaventato da sé stesso, Galahad si ritrasse per allontanarsi dal cadavere ma così facendo si portò dietro l’arma grondante di sangue peggiorando oltremodo il suo stato di rimorso e terrore poiché sul collo del vecchio era comparso un inquietante sorriso, una bocca innaturale da cui zampillavano fiotti di rosso vermiglio. Il giovane viandante rimase rannicchiato sul pavimento per circa cinque minuti, coprendosi convulsamente gli occhi con le sue mani sporche di sangue che gli inzaccheravano il volto, marchiandolo agli occhi del mondo come un vile assassino. «Non è vero, non è possibile. Io non sono questo, io non sono un mostro!» farfugliava convulsamente Galahad in preda ad un attacco di panico. Egli era profondamente dispiaciuto per quale che aveva fatto e non c’era nessuna cosa al mondo che desiderasse di più che tornare indietro e impedire a sé stesso di uccidere il povero vecchio, tormentato e devastato com’era dall’essere sceso nei più bassi livelli dell’umana crudeltà; ma ormai quel che era fatto era fatto e non gli rimaneva altra scelta se non quella di andarsene il più in fretta possibile dal luogo del delitto e proseguire la sua marcia. Galahad quindi uscì dalla casupola impregnata dall’odore ferruginoso del sangue di Mordecai e si incamminò verso la foresta con la collana per cui si era dannato nella mano e una nuova e sinistra sensazione nel cuore: Galahad aveva conosciuto la violenza e l’avarizia nella loro forma più pura e queste lo stavano trasformando nell’animo, corrodendolo e corrompendolo fino al punto di giustificare l’assassinio di un vecchio inerme. «Forse non è poi così grave aver ucciso quell’eremita, dopotutto non ha nemmeno sofferto, anzi proprio per questo gli ho fatto un favore: almeno non morirà di solitudine o di stenti e finalmente potrà ricongiungersi con i suoi cari nell’altro mondo. In fondo è il ciclo della vita: la pianta vecchia che non dà più frutto viene abbattuta per far posto ad un giovane virgulto che dai resti decomposti del suo predecessore trarrà il nutrimento necessario per il suo futuro sviluppo. Sì sì, non c’è dubbio che il mio istinto avesse ragione, se me ne fossi accorto prima mi sarei risparmiato quella scenata da bambino impaurito nella catapecchia di quello sprovveduto!». La sua anima stava diventando nera come la notte ammantata su quella non più pacifica vallata, una notte rischiarata a malapena da una pallida luna che emanava una luce grigiastra, quasi cadaverica. Un sinistro presagio di morte. Galahad intanto si era addentrato in un bosco distante circa nove stadi dalla casa di Mordecai. Grazie alla sua vista fenomenale non aveva problemi ad orientarsi fra i larici e gli abeti e questo gli permetteva non solo di proseguire spedito ma anche di sentirsi al sicuro dagli agguati delle belve o dei briganti. Tuttavia, tale prodigiosa vista si rivelò una lama a doppio taglio: egli faceva affidamento solo su tale senso e, complice l’essere assorto nei suoi pensieri di futura ricchezza, non riuscì a sentire né a percepire una presenza che lo stava pedinando come un’ombra, una presenza furibonda, silenziosa, perfida che gli si avvicinava lentamente e implacabilmente, sempre più inquietante, sempre più furiosa, sempre più vicina, e che all’improvviso lo colpì con violenza sulla nuca. Galahad svenne all’istante, senza nemmeno avere il tempo per comprendere quanto gli era accaduto. Quando riaprì gli occhi, si ritrovò supino ad osservare il cielo notturno. Ancora intontito dal colpo subito, il suo primo istinto fu di rialzarsi per capire cos’era successo e dove si trovava, ma non ci riuscì. Sollevando il collo capì che era incatenato ad un enorme monolito di pietra e, come se non bastasse, la collana di Mordecai era sparita. Lo shock fu tale che Galahad si riprese completamente e iniziò a divincolarsi con veemenza per liberarsi, ma era tutto inutile. «Aiuto! Aiuto! Mi sentite? Aiutatemi vi prego! Vi scongiuro liberatemi! Avete preso la collana, cosa volete ancora da me?!» urlava terrorizzato Galahad, convinto di essere stato derubato e lasciato lì a morire da una banda di ladri.
«Cosa voglio da te? Ma è semplice, caro mio. Voglio vederti soffrire.» Galahad si sentì morire dentro: quella voce gli era nota, eppure gli pareva impossibile di sentirla ancora.
«No, non può essere, questo è solo un incubo, un incubo!»
«Sì e no Galahad, sì e no. No perché non stai sognando e sì perché fra poco ti pentirai di essere nato.»
Galahad stava ormai impazzendo, continuava a ripetersi che non era possibile, che stava solo sognando e che era la sua coscienza che lo puniva per l’uccisione del vecchio eremita.
«Tu non sei reale, tu sei frutto della mia immaginazione!».
Mentre ripeteva all’infinito tali parole, Galahad iniziò a sentire un rumore di passi che si avvicinavano a lui, un rumore troppo vivido e distinto perché fosse frutto della sua mente. Ad ogni passo il suo cuore batteva sempre più forte, quasi fosse dotato di una mente propria e volesse fuggire dal corpo di Galahad per mettersi in salvo. La presenza del bosco si stava avvicinando inesorabilmente e Galahad sentiva le sue forze venirgli meno, la paura stritolargli le membra e la speranza morire atrocemente. Egli era immobile, impossibilitato a reagire e in balia di un essere che non poteva esistere e che non doveva esistere, una presenza che sfidava ogni logica terrena e umana; eppure era lì, ormai giunta sopra la pietra cui era vincolato, completamente illuminata dai capelli canuti alla gola ancora incrostata di sangue.
«Mordecai?»
«Esatto, lurido infame! Cosa c’è, non sei contento di vedermi? Dovresti sentirti sollevato al pensiero di non aver ucciso un povero innocente. Oppure se così corroso dall’avidità da non importartene più niente della vita umana?»
«Ma come è possibile? Io…»
«Avanti dillo, finisci la frase.»
«Io ti ho…io ti ho…»
«Dai ti aiuto io, visto che non ce la fai da solo. La parola mancante è “ucciso”. Strano però che tu non abbia esitato un attimo a conficcarmi la tua ascia in gola ma adesso non riesca nemmeno a proferir parola, eppure sono io quello che dovrebbe avere più difficoltà a parlare. Oh a proposito, carina la tua accetta, penso che me la terrò di ricordo, un monito per ricordarmi che gli uomini possono essere peggio di me.»
Galahad non capiva di cosa Mordecai stesse parlando.
«Cosa saresti tu, allora? Un fantasma? Un demone dei boschi? O forse solo il frutto della coscienza che mi tormenta? È vero, ho commesso un terribile crimine e me ne pento, perché solo ora comprendo che il mio peccato sia stato tanto crudele quanto ingiustificato:  avrei potuto semplicemente sottrarti la collana senza dover al contempo privarti della vita.  Ti prego, ora che ho capito il mio sbaglio, lasciami andare, cosicché possa dedicare il resto dell’esistenza ad espiare le mie colpe!»
«È inutile che cerchi di redimerti. Lo sai benissimo che questo non è un sogno o un’esperienza mistica. Il tuo patetico tentativo di mostrarti contrito non ti servirà a nulla. Sarebbe meglio se ammettessi a me e soprattutto a te stesso che stai solo cercando di impietosirmi e indurmi a perdonarti.»
Galahad fu trafitto dalle parole di Mordecai che non gli lasciarono alcuna possibilità di replica, anche perché non avrebbe potuto dire nulla per migliorare la sua situazione ed era chiaro che Mordecai riusciva a scrutarlo nell’animo come se fosse un cristallo di rocca.
«Comunque, se proprio vuoi saperlo, nemmeno io ho idea di che cosa sono. Nacqui molto tempo fa nella terra dei Vichinghi. I primi anni della mia vita trascorsero sereni in quel popolo unico al mondo: uomini grezzi capaci di ogni nefandezza, eppure in grado di costruire navi resistenti alle più forti tempeste e capaci di organizzare commerci con popolazioni residenti agli angoli più remoti del mondo. Quando divenni adulto, però, le cose iniziarono a cambiare. Come ogni uomo in salute fui arruolato nell’esercito e spedito qui in Inghilterra per razziare villaggi e monasteri. Tuttavia, alla vista di tutta quella violenza, di tutto quel sangue, qualcosa in me si risvegliò: un istinto latente e fino ad allora sopito nei recessi della mia mente si destò con la furia di un drago e mi spinse a commettere atrocità tali che persino gli uomini più barbari che la storia abbia conosciuto mi disconobbero. La mia natura però non poteva più essere repressa, perciò iniziai a errare per questo paese in cerca di vittime finché mi imbattei nella mia ultima preda, il vero Mordecai McVangelor. Quel povero vecchio mi ispirò così tanta compassione per il suo tragico destino da decidere di porre fine alla mia esistenza. Per la prima volta da molto tempo avrei fatto qualcosa di buono lasciando che la mia malvagità cessasse di tormentare gli abitanti di questa terra. Finalmente sarebbe giunta l’ora in cui mi sarei redento agli occhi del mondo e degli dei! Ma poi se arrivato tu. Già tu, Galahad figlio di Lance, tu mi hai mostrato come io non sia un mostro, diverso da tutti gli uomini. Niente affatto, tu mi ha ricordato come la malvagità appartenga a tutte le creature, in particolare all’uomo. E allora perché dovrei uccidermi per il bene di una razza che non lo merita perché intrisa anch’essa del male che mi pervade l’anima? Non c’è ragione alcuna perché io debba sopprimere i miei istinti che voi uomini definireste animaleschi quando voi siete i primi ad essere guidati da queste pulsioni primordiali. Ecco Galahad, questa sarà la tua massima punizione: non la morte in sé, ma la consapevolezza che le tue azioni porteranno alla sofferenza di molte altre persone.»
Galahad era disperato, un senso di morte incombente lo opprimeva ed era certo che non c’era nulla che potesse fare per salvare la sua vita o quella di altri dal fato sconosciuto, ma sicuramente terribile, che Mordecai aveva in serbo per loro. Ma fu proprio in quel frangente di nera disperazione che, come sovente capita alle lepri strette all’angolo da un lupo famelico, un ultimo singulto di vita ravvivò lo spirito di Galahad.
«Mordecai,» disse con tono risoluto il giovane avventuriero, «se quello che dici è vero, capirai anche tu che con quella ferita e con la tua età potrai consumare la tua vendetta solo su di me. A tal proposito, invece che ammazzarmi, non dovresti liberarmi e lasciarmi andare come ricompensa? Dopotutto, tu stesso hai detto che mi dovresti ringraziare per averti fatto accettare la tua natura.».
«Oh oh,» rise sarcasticamente l’anomalia scandinava, «vedo con piacere che hai ancora la forza e la sfrontatezza di salvarti. Adoro quando le mie prede vendono cara la pelle! Comunque, sappi che, qualora non lo avessi ancora capito, io non sono umano: io ho rigettato la mia umanità nel momento stesso in cui ho abbracciato la mia vera natura. E, per quanto riguarda quel favore, beh in un certo senso hai ragione, però tu in primis mi ha fatto un torto enorme cercando di uccidermi e derubarmi, perciò, citando la saggezza dei latini, nemo me impune lacessit
Appena finito di parlare, il falso Mordecai si girò di scatto verso Galahad con un sorriso inquietante che rivelava una dentatura ferina simile alla bocca di un lupo. Mordecai quindi balzò sul corpo immobile di Galahad e iniziò ad azzannarne le carni con inaudita ferocia, strappando a morsi la carne ancora pulsante del povero avventuriero e rosicchiandone le ossa esposte. Le urla di Galahad erano quanto di più atroce e straziante fosse mai stato sentito in quella valle, urla così sofferenti e agonizzanti da squarciare il velo oscuro della notte con la stessa intensità con cui Mordecai stava dilaniando la sua giovane preda. Quando il falso Mordecai concluse il suo pasto bestiale, la luna si era tinta di una tremenda sfumatura di rosso sangue e illuminava l’essere immondo il cui aspetto stava mutando: la sua gola squartata si stava richiudendo, la sua schiena si stava raddrizzando, i suoi capelli non erano più bianchi ma fulvi e i suoi occhi si facevano vispi e reattivi come quelli di una lince. Cibandosi delle carni di Galahad, quell’abominio era diventato Galahad.
«Uhm, questo nuovo corpo è giovane e vigoroso, decisamente meglio del precedente. Penso che ne approfitterò e porterò termine il viaggio di quello sciocco. In fondo, glielo devo.»
Così, sogghignando per il suo crudele pensiero, egli proseguì la sua marcia verso il nord della Scozia. Da qui in poi non si hanno più tracce di Galahad. Nessuno sa che fine abbia fatto, se sia rinsavito ancora e abbia liberato il mondo dalla sua infausta presenza o se abbia continuato a mietere vittime. Sta di fatto che poche volte nell’intera storia dell’umanità si era mai assistito ad un orrore del genere perpetrato da un singolo essere, un essere talmente abominevole che forse nemmeno i diavoli dell’inferno sarebbero disposti ad accettare nel loro abisso fiammeggiante.

Allora, che te ne pare? A me non sembra male, forse il finale è un po’ debole perché affrettato, ma in mancanza di altre fonti non mi era venuto in mente altro. Comunque, fammi sapere se desideri che modifichi qualche parte, sai che sono aperto ai consigli. Permettimi però di dire che questi scozzesi antichi avevano una passione per l’orrore incredibile, al limite della depravazione. Un cannibale mutaforma sembra più il protagonista di un B-movie anni ’70 che di una leggenda scozzese. Ah beh, l’importante è che certe creature terrificanti esistano solo nel reame della fant…
Salve Ferrante, mi dispiace doverLe dare una brutta notizia. La Sua “punta di diamante” (che vanesio! Come faceva a sopportarlo?) è appena venuta a mancare. Se Le può interessare, la causa della morte è dovuta a dissanguamento in seguito all’attacco di un animale feroce. Eh, sa com’è, purtroppo quelli non sono prodotti della fantasia umana, quelli sono reali. Comunque, Le consiglio caldamente di cestinare questa mail non appena l’avrà ricevuta, anzi dimentichi proprio di averla letta: ci sono cose che è meglio che non vengano alla luce per il bene di tutti. Specialmente del Suo.
Cordiali saluti
Knutard Sigmuthir

mirella


Padawan
Padawan
Un manoscritto ritrovato è sempre d’effetto, ancorché datato come espediente narrativo. In effetti il racconto presenta una struttura complessa, in quanto la storia è inquadrata in una cornice  all’inizio e alla fine.
Un modo come un altro per inserire una storia nella storia,  modalità che ha illustri precedenti letterari e forse per questo non mi dispiace, tuttavia – a parer mio  ̶  avresti dovuto dare maggiore spazio sia all’incipit che al finale (per esempio facendo fare a Ferrante le considerazioni sulla malvagità umana gratuita che metti in bocca a Mordecai) in modo da legare la cornice alla storia, dandole  maggior senso.
Vedrei anzi Ferrante come narratore; è lui il destinatario  della lettera dello scrittore e della traduzione del manoscritto e infine della lettera di Sigmuthir. Servirebbe a unificare il tutto.
 In particolare, l’ultima lettera – Salve Ferrante… ̶   segue quella dell’anonimo scrittore senza uno stacco, magari saltare un rigo, metterla tra virgolette o in corsivo, no?
La formattazione è da rivedere per evitare il muro di parole che non facilita la lettura,  c’è da sistemare la punteggiatura soprattutto nei dialoghi che vanno inseriti a capo mentre i pensieri andrebbero in corsivo.
Ti segnalo un refuso: “era profondamente dispiaciuto per quale aveva fatto…”
 In conclusione, mi sembra una bella storia che merita d’essere rivisitata senza fretta, magari accentuando l’alone di mistero che la pervade.

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